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TORRICELLA IN SABINA
Non è certo se a dare il nome
al paese sia stata una "piccola torre" eretta
dai primi feudatari oppure se la denominazione provenga
da Turris Celiae, come si legge sul sigillo parrocchiale,
per l'esistenza nel luogo di un'antica torre, in cui, secondo
una vecchia leggenda, una tale contessa Celia fu rinchiusa
e lasciata morire d'inedia.
Diciamo subito che di Torricella, sorta probabilmente
prima del secolo X, si hanno scarse notizie.
La più antica menzione la troviamo
nel Regesto Farfense dove si dice che nel mese di Maggio
1019 Tedmario, figlio di Gisone, donò all'abbazia
di Farfa alcuni beni fra i quali una parte "de ipso
castello quod dicitur Turricella". Altre citazioni
reca ancora il Regesto: in un'elencazione degli "acquisti
e dei contratti principali" fatti dall'abate farfense
Berardo I nel 1047 figura ancora il "castello di Turricella";
nell'Aprile del 1065 e nel Marzo del 1066 Rainiero e Crescenzio,
figli di Azolino, ed altri vendono all'anzidetto Dono alcuni
beni situati in territorio sabinense "nel luogo detto
Turricella"; nell'ottobre del 1079 è registrata
una donazione fatta da Giovanni prete al monastero di Farfa.
Se ne parla ancora in una carta manoscritta
da Giovanni notaio, datata giugno 1086, in cui si legge
che Tassone, figlio del fu Donadeo, dona al cenobio di Farfa,
mentre ne era abate Berardo, ciò che possedeva nel
territorio reatino, e cioè "due porzioni del
castello di Torricella". Dopodichè non si trovano
notizie sino alla fine del Trecento.
Si riparla di Torricella in un documento
in un documento datato 13 Aprile 1388, esistente nell'archivio
Sforza Cesarini, dal quale si apprende che all'epoca ne
erano proprietari i Brancaleoni, nobili originari di Ferentino,
i quali probabilmente l'avevano ricevuto in feudo molto
tempo prima, unitamente ai castelli sabini di Frasso, Ginestra
e Stipes. Torricella passò
poi ad un'altra nobile famiglia, quella dei Cesarini, quando
nel 1444 i fratelli Francesco e Paolo Brancaleoni donarono
insieme ad altri beni che possedevano in Sabina - una parte
del castello alla sorella Simodea, detta anche Semidea,
andata sposa nel 1441 ad Orso Cesarini. Fu eretto allora,
a fianco della primitiva torre, il palazzo ancor oggi esistente.
Vi sono alcune pergamene ed istrumenti
da cui risulta la donazione di una parte del castello di
Torricella e di alcuni beni in Oliveto fatta nel 1466 da
Francesco Brancaleoni a Gabriele Cesarini, figlio di Orso
e di Simodea.
Il matrimonio di Livia Cesarini, figlia
del duca Giuliano e di Margherita Savelli, con Federico
Sforza, figlio del duca Paolo e di Olimpia Cesi, avvenuto
il 27 Febbraio 1673, dette origine alla famiglia Sforza
Cesarini che tenne il possesso di Torricella sino alla definitiva
vendita del palazzo ducale e di altri beni nel 1828. Esiste
tuttora il contratto di vendita del palazzo da parte del
duca Salvatore Sforza Cesarini a favore di Giovanni Paolo
Janni ed Emidio Ciccaglioni, vendita motivata dal pessimo
stato in cui era ridotto l'immobile. Il malandato palazzo,
compresi i pochi mobili rimasti, fu venduto "per 850
scudi, pagabili in un anno, a Roma, in tanta buona moneta
d'oro e d'argento esclusa la data del 23 Dicembre 1828 e
le firme di Nicola Ratti, procuratore e agente generale
di casa Sforza Cesarini, dei due compratori, e di due testimoni,
Gaetano Palma e Giovanni Giuliani. In un altro documento
si parla della vendita di due terreni, l'uno in vocabolo
Largo del Termine (confinante con la strada per Rocca Sinibalda)
e l'altro "macchioso con alberi di cerro" in vocabolo
Mojola, entrambi acquistati da Michele Colangeli. I duchi
rimasero ancora proprietari di un immenso bosco di querce
e di cerri situato a nord del paese, già dato in
enfiteusi a varie persone, alcune delle quali successivamente
ottennero, pagando, di disboscarlo per ridurlo a coltura.
Nacquero così i fertili terreni che si possono ammirare
nella zona.
Anche della storia del Comune non si
sa molto. "Il più antico registro di deliberazioni
salvatosi dalla dispersione cui andarono soggetti molti
documenti, s'inizia con un atto d'ordinaria amministrazione
dell'11 Marzo 1630, essendo Cancellarius di Torricella Statius
Statutus..."
La perdita di documenti relativi alla
storia di questo paese viene sottolineata ancora una volta
in questa lettera che l'abate Ferdinando Cavanna, deputato
della S.Congregazione del buon Governo, scriveva nel Dicembre
1789 ai priori di Torricella: "Ha regnato da tempo
immemorabile nella Terra della Torricella un notabile disordine
di non avere quella comunità alcun luogo fisso per
uso della pubblica segreteria e di ritenersi presso il segretario
pro tempore tutti i libri e scritture appartenenti alla
comunità, ed altresì una piccola casettina
per custodirvi il pubblico sigillo. Da ciò ne è
derivata la dispersione totale delle pubbliche scritture
passate da un segretario all'altro senza inventario, senza
alcuna formale consegna, che pure avrebbe moltissimo contribuito
alla conservazione delle medesime".
Verso la fine del secolo scorso furono
aggregate a Torricella le sue due attuali frazioni di Ornaro
e Oliveto, graziosi e tranquilli paesini lontani dagli odiernirumori
e perciò assai frequentati nel periodo estivo.
Passata allo Stato Italiano a seguito
delle annessioni del 1860, Torricella fu aggregata alla
provincia di Perugia, poi a quella di Roma.
Per quanto riguarda la storia di Torricella
è importante ricordare che il paese visse un paio
di giornate memorabili dal 21 al 23 Ottobre 1867 quando
vi sostò una colonna di circa trecento volontari
garibaldini provenienti da Rieti e diretti a Roma, nel corso
di quella infelice impresa denominata "campagna dell'agro
romano" che si concluse con la drammatica giornata
di Mentana. Così ne riferisce, con semplicità
e vivezza, il Barrilli, uno dei volontari, ponendo in risalto
le dimostrazioni di generosa ospitalità offerte dalla
popolazione: "Sono ottima gente, cortesi senza fronzoli
e ospitali con tanto di cuore, come i loro antichissimi
padri. Ricorderò sempre con gratitudine il sindaco
e il segretario comunale, che erano due fratelli, Enrico
e Domenico Pitorri... I nostri ospiti (poichè in
casa loro ebbi la più lieta accoglienza) non potevano
capacitarsi del come noi si sperasse di far poera gagliarda
senza l'aiuto del governo...". Poi con scrupolosa fedeltà
di cronista, così prosegue: " I buoni abitanti
di Torricella, mossi a pietà del nostro stato...
ci offrivano quattordici fucili, cinque dei quali erano
stasti caricati due o tre anni innanzi... Comunque fosse,
accettammo il presente che in quelle circostanze ci parve
la man di Dio...". Dopo aver ricordato che la mattina
del 23 Garibaldi transitava velocemente in carrozza per
Torricella diretto a Scandriglia e quindi a Passo Corese
per passare il confine, lo scrittore conclude dicendo: "Salutati
affettuosamente i nostri ospiti cortesi, lasciammo il paese
alle due pomeridiane dello stesso giorno accompagnati da
un'acquerugiola fine e continua... cantando il "Fratelli
d'Italia" al buon popolo di Torricella che ci saluta
dai margini della strada maestra, dalle finestre dei casolari,
dalle prode dei campi.
Negli anni dell seconda guerra mondiale Torricella
subì notevoli danni: alcune vecchie case andate distrutte
furono poi sollecitamente ricostruite. Numerose nuove costruzioni
sorsero all'epoca del boom edilizio e successivamente, talchè
il paese si è molto esteso fino a raggingere la via
Salaria: i prati, gli orti, i campi che un tempo lo cingevano
da presso accolgono oggi graziose e moderne villette di
fiori e di verde.
Per la sua posizione facilmente raggiungibile
percorrendo la via Salaria, per la sua distanza di appena
18 chilometri da Rieti e poco più di 60 da Roma,
per l'ottimo clima e per la serena quiete che vi regna,
Torricella è una allettante località per un
riposante soggiorno estivo, un tranquillo ed interessante
paesotto da scoprire.
Giuseppe Tantieri
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